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:. Profeta (il)   
 
Profeta (il)

Dalla prefazione «Poesia e profezia» di Carlo Bo:
II poema che Bona presenta ai lettori italiani non ha soltanto un valore di documento, non è un testo da aggiungere al patrimonio delle proprie conoscenze e delle proprie abitudini, è anche qualcosa d'altro e subito consente un discorso sui destini della poesia. Resta, cioè, da affrontare un problema: perché la poesia cade fatalmente, nei momenti di maggior intensità, in questa sua prima aspirazione, in questa sua originaria vocazione? Non bastano i riferimenti culturali, o per lo meno aiutano fino a un certo punto: parlare di Zarathustra è indispensabile, è utile ma non risolve. Ciò significa che Gibran ha obbedito a un altro impulso e ha creduto di poter rifare la storia dell'uomo tagliando alle radici la pianta delle facili consolazioni e rifiutando la lettura delle cose. Naturalmente tale aspirazione deve essere sostenuta da una autentica passione; a un testo così ambizioso è indispensabile una partecipazione in profondità. D'altra parte, tutta la poesia dell'ultimo secolo si dispone su questa doppia lezione. C'è chi ha accettato il gusto dell'immediata consonanza e non ha avuto paura di apparire come un chiosatore della piccola cronaca quotidiana e c'è invece chi ha voluto gettare lo scandaglio su tutt'altro fondo ed eliminare tutto quanto è episodico, temporale, non eternizzabile dell'uomo. Dove, nella diversa disposizione, c'è implicita una doppia concezione della poesia, una diversa idea delle sue funzioni. Chi sceglie la musa minore, rinuncia all'ultima grazia e sceglie di restare per un'eternità limitata, quale può offrire una particolare estetica del momento, oggetto suscettibile di sentimenti o di sensazioni. C'è chi punta grosso, c'è chi vede in grande. Ora è proprio in questa famiglia che dobbiamo mettere Gibran... Ciò che conta e colpisce ancor oggi il lettore nel discorso di Gibran è il resto della sua invocazione, è tutto quanto ha derivato dalle sue impressioni e dai suoi dolori. Se non fosse stato così, sarebbe rimasto nell'ambito della più stanca e vieta letteratura; non avrebbe titoli per essere riproposto alla lettura dopo tanti anni. Del resto, le sue parole ci colpiscono proprio là dove restiamo affidati esclusivamente alle nostre ragioni e nel momento dei conti definitivi. Gibran vive perché ha puntato sullo Spirito o, per dirla più semplicemente, la sua poesia si inchina di fronte alla profezia, a un altro discorso. Allo stesso modo che la poesia deve sostituire la realtà, renderla diversa, materia eterna, l'invocazione spirituale di Gibran tende fatalmente a risolversi in abbandono, a frantumarsi in parole non umane, a rifarsi un'altra ambizione più alta, assoluta...
«L'uomo muta nelle esigenze ma non nell'amore», c'è - dunque - una costante dei rapporti fra uomo e Spirito che costituisce per Gibran il primo termine del suo lungo contrasto con la realtà e i suoi simboli. Di qui l'apparente didascalismo del suo discorso che in effetti va spiegato con il bisogno di essere più liberi, meno legati alla fangosa pronuncia delle nostre cose. Come si vede, qualsiasi direzione si intenda dare al nostro commento, si finisce sempre per mettere in rilievo l'altezza del punto di partenza, l'altezza dell'invocazione. Il resto non è che conseguenza ed è per questo che là dove il suo modo di parlare sembra più astratto, è proprio là che diventa più umano, più radicato nella verità, più affrancato dalla semplice logica delle estetiche apparenti.

Euro 11,00 IVA inclusa


 
Codice T2
Autore Gibran Kalhil Gibran
Editore Guanda
Anno 2005
Prezzo 11,00
Peso 204
Disponibilità Disponibile